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Cosa ci spinge nei cunicoli dell’arte

Tuesday, August 24th, 2010

Cosa ci spinge nei cuniculi dell’arte, lettera di magma

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Scrivere per il teatro non e’ scrivere ma ricercare. La ricerca non e’ creazione, ma riscoperta di cose forse note, sulla carta, prima di noi, ma che aquisiscono valore nel momento in cui le facciamo nostre riscoprendole.

Io mi sento immerso nelle cose, circondato dalle cose, spesso cose che hanno un prezzo ma non un valore. Per carattere non amo i prezzi e testardamente voglio dare un valore alle cose. Con cose che hanno valore si puo’ costruire una lingua differente da quella comune, e parlarsi con questa lingua ci tiene svegli, vicini alla vita e lontani dal regno della risposta automatica, del sonno intermittente, della paura di esserci e persino dalla paura delle cose. Io voglio costruirmi una lingua di valore.

Ho studiato. Lo studio aiuta a costruire reti con cui ogni tanto ho anche catturato qualcosa di valore. Qualche volta l’ho tenuto scritto cio’ che ho catturato, molto piu’ spesso l’ho detto subito a qualcuno, raccontato, usato per trovare altro, per tirare su una bella forma, per dare le ali a un sogno vago e farlo vivere di giorno, per guardarlo assieme a un amico, per spararlo in faccia a un nemico vero o inventato, per ridere, per piangere per tacere e lasciare che tacesse assieme alla Zia Meraviglia, per fare innamorare di me.

Dico spesso che lo studio l’hanno scoperto i filosofi per invidia dei poeti. I poeti avevano dato un nome alle stelle, inventato storie sugli dei, spiegato gli uomini. E per questo i poeti avevano sempre sedotto i giovinetti piu’ belli. Cosi’ i Filosofi, per invidia, introdussero il logos e rovinarono la festa. Il logos, la lingua che rimane dentro la testa e non tocca davvero le cose. Costruisce universi e poi li distrugge. Il piu’ affilato dei coltelli.

Allora io il mio studio l’ho trasformato in formule, in numeri, e ho passato anni a infilare formule dentro delle macchine che le mangiano e le trasformano in cose, alle volte in cose di valore. Alle volte in parole per la mia nuova lingua, una lingua che ha senso solo se almeno due persone la comprendono e che oramai e’ imparentata con la lingua che parlano tutti senza capirne veramente il valore. E questo mi ha provocato molto, aiutato a fare uscire dal sottobosco in cui vivevo, mi ha aperto la testa e l’ha seminata. Ma non mi e’ mai bastato, perche’ a me piace soprattutto essere felice e lo sono se ho qualcosa che posso raccontare, come il poeta, sotto le stelle, attorno al fuoco, magari per sedurre qualcuno.

La mia lingua valente ha ancora poche parole, cerco di farla saltare e ballare, e qualche volta canta. La devo affinare, provare in racconti che scolpiscano la vita rimanendo nella sua memoria, nei modi di dire, nei suoi racconti.
Per ora la tengo stretta, ci vogliamo bene, e stiamo bene l’uno con l’altro.

Lettera di presentazione al progetto di residenza “Le Ville Matte” a Orroli (SA)